Il “ritocchino” ai tempi del selfie

I trattamenti di medicina estetica sono in continuo aumento, soprattutto tra i millennials.

E sapete qual è il motivo? Apparire più belli sui social. Proprio così: i giovani sono sempre più a caccia  del selfie perfetto.

La “faccia da selfie” arriva quindi sul lettino del chirurgo  per catturare più “like”.  

Secondo un’indagine del 2017, condotta dall’American Academy of Facial Plastic and Reconstructive Surgery, più della metà dei chirurghi plastici contattati,  ha dichiarato che la maggior parte dei propri pazienti sente l’esigenza di un ritocco in quanto insoddisfatta della  propria immagine postata sui social network.

E anche in Italia le cose sembrano andare nello stesso senso.

Filler, rinoplastica e tossina botulinica i trattamenti più richiesti.

Un sondaggio effettuato dalla Sicpre (Società italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica),  www.sicpre.it , indica che i pazienti che si rivolgono al chirurgo plastico in seguito all’insoddisfazione causata dai propri selfie, sono per l’83% donne e per il 17% uomini.

E sono soprattutto giovani. Le richieste infatti  provengono per:

  • il 39%  da giovani di una fascia di età compresa tra i 18-25 anni,
  • il 28%  da una fascia di età  compresa tra i 26-35,
  • il 28% da una fascia di età  compresa tra 36-45.

I trattamenti più richiesti sono:

  • i fillers (58%),
  • la rinoplastica (53%),
  • la tossina botulinica (44%).

Secondo l’American Society for Aesthetic Plastic Surgery, in USA, il trattamento con tossina botulinica è aumentato, tra i giovani, dai 19 ai 34 annidel 41% negli anni tra il 2011 e il 2015.

Tutte correzioni riguardanti il viso piuttosto che il corpo

Gli aspetti da sottolineare in questa ricerca, oltre alla giovanissima età dei pazienti sono, secondo quanto dichiarato da più medici che: 

  • il colloquio con questi pazienti parte, non tanto dall’analisi reale della loro immagine, ma dall’analisi di un autoscatto, quindi da un elemento virtuale che peraltro non riproduce la realtà in modo totalmente oggettivo. Il chirurgo plastico Boris Paskhover, che lavora alla Rutgers New Jersey Medical School, racconta che i suoi pazienti  “tirano fuori il telefono e dicono: ‘Guarda questa foto, guarda quanto è grande il mio naso’.
  • il paziente da selfie non si riferisce a modelli estetici esterni.
    Se negli anni passati era molto più usuale che i pazienti mostrassero foto di attrici e modelle, oggi invece sembrerebbe prevalere  la tendenza a partire da sé stessi, da come si è , per migliorarsi senza assomigliare a nessuno.

Proprio per cercare di arginare questa deriva, definita in USA un problema di salute pubblica, il chirurgo Paskhover, in collaborazione con un team di informatici guidati da Ohad Fried, ricercatore presso il dipartimento di Computer Science della Stanford University, ha creato un modello matematico ideale di un volto maschile e di uno femminile, mediante il quale  è riuscito a calcolare la distorsione del viso creata da foto scattate a distanza ravvicinata.  Il suo intento è quello di far capire ai giovani che “quando si fanno selfie, in sostanza si stanno guardando in uno specchio come quelli che si trovano nelle case dell’orrore dei parchi di divertimento“.

Il modello Rutgers-Stanford, pubblicato su JAMA Facial Plastic Surgery, Nasal Distortion in Short-Distance Photographs: The Selfie Effect., a Marzo 2018, mostra che se la fotocamera è a soli 30 cm di distanza dal viso, la distanza media di un selfie, il  naso sarà, del 30% più largo se si tratta di un uomo, e del 29%, nel caso di una donna. La punta del naso apparirà del 7% più grande, rispetto al resto del naso, di quanto non sia in realtà.

E comunque, per certi versi, difficile dar torto ai millennials, se da una ricerca del Social Recruiting Survey 2013,  emerge che il 94% delle aziende, in USA, utilizza i social media per cercare nuovi collaboratori, mentre il 78% dei professionisti che lavorano nel campo della selezione del personale ha già assunto dipendenti tramite questi canali.  Quindi l’immagine postata sui social sembrerebbe rappresentare sempre più, non solo il primo approccio per nuove conoscenze, ma anche la vetrina attraverso cui stabilire il  primo “colloquio” davanti a potenziali datori di lavoro.

Devo dire che anche io credevo, con il mio Faceboost., di rivolgermi ad un pubblico adulto, insomma a donne della mia età che come me che cercano di mantenersi in forma nonostante gli anni che passano. Invece, con mia grande sorpresa vengo contatta anche da ragazze molto giovani che, tendenzialmente, sentono il desiderio di modificare la propria bocca (renderla più carnosa), riempire occhiaie, ridurre zampe di gallina.

Devo ammettere che mi trovo in grande difficoltà di fronte alle giovanissime. Io, che potrei essere la loro madre, cerco di dissuaderle.  Il messaggio che cerco di trasmettere loro è quello di utilizzare la medicina estetica non per correggere, ma per prevenire l’invecchiamento.

Quindi dico assolutamente sì a curare la pelle utilizzando buoni prodotti, sono d’accordo sui peeling e suggerisco di non dimenticare mai la  protezione solare.

Raccomando di seguire un’alimentazione corretta e fare attività fisica.

E, se hanno superato, o si avvicinano ai  trent’anni , consiglio:

  • di effettuare cicli di biorivitalizzazioni con buoni prodotti, ma senza modificare i volumi,
  • un pò di botox come prevenzione per le rughe di espressione, come fanno negli USA. 

Ma, soprattutto visto la loro giovane età, raccomando di fare moltissima attenzione alla scelta del medico (art. La scelta del medico: alcuni consigli ) evitando di  cadere nelle mani sbagliate.  Questo ritengo che davvero possa costituire il problema maggiore.

I pazienti molto giovani sono meno esigenti di quelli adulti, sono più insicuri, meno preparati e meno consapevoli di quello che stanno facendo. Quindi anche più spaesati. Per questo si affidano totalmente al medico, che sempre, ma a maggior ragione in questo caso, dovrà essere non solo competente, ma soprattutto onesto, serio e corretto.

Sarà compito proprio del medico cercare di guidarli e accompagnarli nella scelta migliore che potrebbe essere anche quella, molto semplicemente, di non effettuare nessun trattamento.

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