La mastoplastica additiva: la mia esperienza

La mia prima mastoplastica additiva

All’epoca abitavo a Genova. I bambini erano piccoli e avrei avuto bisogno di un aiuto dopo l’intervento. Non avrei potuto fare sforzi e quindi prenderli in braccio. Presi baracca e burattini e mi trasferii a Pisa (dove mi sarei dovuta operare), la mia città natale e dove vive mia madre, per rimanere 15 giorni, il periodo minimo di riposo necessario richiesto per evitare che la protesi si spostasse.

Durante la visita preliminare avevamo stabilito:

  • la tecnica che avrebbe utilizzato,
  • la via di accesso,
  • la misura e la forma delle protesi. 

La tecnica

Per impiantare le protesi fu utilizzata la tecnica sottomuscolare , in quanto ero molto magra. Se fosse stata utilizzata la tecnica  la tecnica sottoghiandolare,  come ci ha detto la dottoressa Lavagno nell’articolo La mastoplastica additiva: intervista alla dottoressa Lia Lavagno , le protesi si sarebber potute vedere o se ne sarebbero  potuti percepire i bordi.

L’accesso

L’accesso utilizzato fu quello periaereolare. Avevo un’aereola abbastanza grande da permettere un’incisione in quella zona.

 Le protesi

  • Forma: furono scelte delle protesi tonde. Non avevo molte altre possibilità: dovevo riempire la parte superiore del seno completamente vuota. Inoltre all’epoca non esisteva l’ampia gamma di opzioni disponibili oggi.
  • Misura: per quanto riguarda la dimensione io non volevo essere troppo “tettona”. Avevo paura di diventare volgare e quindi non volevo una protesi troppo grande. Il chirurgo invece mi spingeva ad osare di più, dicendomi che la mia altezza e il mio torace  avrebbero potuto reggere delle protesi voluminose e che il dubbio che avevo io era quello che avevano la maggior parte delle pazienti le quali, nella maggior parte dei casi, a intervento  effettuato,  se fossero potute tornare indietro, avrebbero preferito  mettere  protesi più grandi. Inoltre mi disse, che all’inizio il seno sarebbe  sembrato più voluminoso perché per un bel po’ di tempo ci sarebbe stato edema e gonfiore ma che poi con il passare del tempo si sarebbe per così dire “sgonfiato”. Mi fece provare varie misure di protesi sotto il mio reggiseno (non esisteva il sizer).  Ma io avevo paura di esagerare e non seguii i consigli del chirurgo. Ebbero la meglio i “miei” 270 grammi contro i “suoi” 320 consigliati.  

L’intervento avvenne in anestesia totale con una notte di degenza in ospedale.

Mi furono messi i drenaggi che furono tolti la mattina successiva prima della dimissione.

Andai via dalla clinica con una fasciatura strettissima che avrei dovuto tenere fino alla rimozione dei punti che mi furono tolti dopo una settimana circa. In quell’occasione il chirurgo mi tolse la fascia, mi fece indossare un reggiseno  apposito molto contenitivo che avrei dovuto tenere sempre, notte e giorno, per 30 giorni e mi raccomandò di massaggiare  il seno con movimenti circolari, utilizzando  una crema elasticizzante, almeno per mezz’ora, ogni giorno, per un mese, in modo tale che diventasse sempre  più morbido e sembrasse naturale.

E finalmente potei vedere il mio “nuovo seno”. Ero felicissima era andato tutto a meraviglia. Nessuna complicazione. Non avevo avuto dolori particolari, solo qualche doloretto nei primi due giorni. Ma soprattutto, il seno  era proprio come lo volevo io. Il chirurgo tese però a precisare che era ancora molto gonfio e che sarebbe  diminuito di un pò di volume.   Non   feci molto caso a quello che mi diceva tutta presa dalla contentezza e pensai che non si sarebbe rimpicciolito poi di tanto e  invece….

Osservai alla lettera tutte le precauzioni e raccomandazioni prescritte. 20 giorni dopo ero già a nuotare e dopo un mese in palestra.

Trascorso un mese il seno era già molto morbido e il gonfiore era scomparso quasi completamente. Questo però  aveva fatto sì che si fosse effettivamente, come aveva predetto il chirurgo, rimpicciolito un po’ troppo. Inoltre la forma, che a quel punto era ben visibile, era rimasta brutta (ricordate la famosa lente d’ingrandimento di cui ha parlato la dottoressa Lavagno nell’articolo La mastoplastica additiva: intervista alla dottoressa Lia Lavagno ?). Praticamente il chirurgo aveva riempito semplicemente, senza badare ad effettuare i rimodellamenti necessari. Aveva lasciato quello che aveva trovato. Inoltre il seno era, come aveva detto il chirurgo, effettivamente troppo piccolo. Avrei dovuto osare di più e avevo sbagliato a non seguire il suo consiglio. Inoltre le protesi, ma anche su questo ero stata informata, posizionate così sotto il muscolo, alzando il braccio o contraendo il pettorale subivano uno spostamento verso l’alto, cosa che rendeva il seno innaturale. Ma del resto quella era stata l’unica tecnica utilizzabile data la situazione (di magrezza). Vabbè pensai sempre meglio di prima. Almeno  i vestiti scollati avrei potuto indossarli.

Il mio decollete dopo la prima mastoplastica additiva

Alla contentezza iniziale era subentrata un po’ di delusione. Accidenti pensavo ho visto tanti seni  “rifatti” da lui ed erano tutti bellissimi…. Perché a me è andata così? Ogni tanto mi guardavo allo specchio con una punta di rammarico per aver perso un’occasione. Ma del resto era andata così.  Anche mio marito, inizialmente contrario, visto che era andato tutto bene ed ero sana e salva, continuava a ripetere: “Certo andare sotto i ferri per una taglia così “normale”….” Non potevo farci niente, quindi inutile piangere sul latte versato.

Ho cercato di veder il bicchiere mezzo pieno. Anzi per fortuna che dal punto di vista chirurgico era andato tutto bene!

Trascorsero due anni…..

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